Alle origini del conflitto congolese: sangue dimenticato


Nessun conflitto è stato più sanguinoso e più dimenticato di quello congolese. La stima dei morti, tra il 1998 e il 2003, oscilla tra il milione e i cinque milioni: nessuno ha mai realmente contato i corpi. Anche attenendoci a un valore medio, il costo in vite umane di questo conflitto latente, mai reamente dichiarato, né mai cessato, è stato più alto di quello della guerra in Siria o in Iraq.

A rendere ancora più tragica questa vicenda sta il fatto che oggi quasi nessuno sa per quale motivo questo conflitto sia iniziato.

Durante la stagione del presidente Mobutu Sese Seko, tra il 1965 e il 1997, ruberie, saccheggi e un generale malgoverno portarono il paese sull’orlo del baratro.

Nel 1994, il genocidio scoppiato in Rwanda riversò le proprie conseguenze di morte sul Congo: gli autori di quell’abominio, sconfitti in patria, scapparono verso il Congo che venne ufficialmente invaso dall’esercito rwandese per dare la caccia ai fuggitivi ed eliminarli.

Il piccolo ma ferocissimo esercito rwandese trovò la strada spianata, poiché nessun in Congo era pronto a difendere un paese allo sfascio, da trent’anni nelle mani di Mobutu e dei suoi luogotenenti. Così i Rwandesi riuscirono a roversciarlo e a insediare al suo posto il loro alleato locale, Laurent Kabila.

Ben presto, Kabila tradì i suoi originali sostenitori rwandesi, armò una milizia contro di loro e iniziò a combatterli, con il sostegno di Zimbawe e Angola. Così una guerra etnico politica, divenne una lotta senza sosta per concquistare un bottino fatto di ricchezze minerarie, dal cobalto al coltan, dai diamanti all’oro. Dilagò allora ogni tipo di violenza che non fece altro che accentuare aspramente le divisioni etniche nel paese, coinvolgendo dozzine di milizie locali e paesi confinanti.

Con la fine del decnnio la guerra sembrò arrestarsi, grazie anche all’arrivo dei Caschi Blu dell’ONU. Nel 2001 Laurent Kabila venne ucciso in un attentato e la carica di presidente fu conquistata dal figlio Joseph, eletto per diversi mandati, l’ultimo dei quali, inziato nel 2011, avrebbe dovuto concluderso nel 2016. Ma a tutt’oggi nuove elezioni, sempre promesse e mai concesse, sembrano ancora molto lontane.

Kabila junior non è riuscito a garantire alcun vero progresso nella vita sociale e politica del paese, che continua a essere in mano ai suoi luogotenti senza scrupoli, a soldati che fanno razzie nelle campagne, senza alcun rispetto per la legge.

Kabila è al minimo della sua popolarità, ma non abbandona il potere; nessuno nel paese sembra più sostenerlo, ma ha ancora la forza di disperdere le proteste che si scatenano nella capitale. Nel resto del paese i conflitti etnici continuano senza sosta, le istituzioni statali sono pressoché inestsistenti e le ricchezze naturali del paese sono preda di razzie.

Alcuni dati possono rendere più chiara la sitazione oggi.

Il Congo è quattro volte la Francia, ma le sue strade asfaltate sono meno che in Lussemburgo; la popolazione è di circa 80 milioni di unità, ma il dato è piuttosto incerto, risalendo l’utlimo censimento al 1986; mediamente una donna congolese ha sei figli e circa metà della popolazione ha meno di 14 anni, ma vive in uno stato di povertà assoluto. Solo un cittadino su sette guadagna più di 1,25 dollari al giorno e l’aspettativa media di vita non supera i 58 anni.

Di contro, Kinshasa è una megaolopoli di 21 milioni di abitanti, dove nascono mode culturali (nel mondo sono moltissimi gli artisti di origine congolese) e dove si parlano centinaia di lingue.

Le potenzialità del paese sono impressionanti. La sua posizione centrale nel continente garantirebbe un ruolo chiave, se solo ci fossero strade percorribili. Le ricchezze minerarie (rame, cobalto, zinco, stagno, diamanti) e ambientali (le foreste pluviali brulicano di specie viventi animali e vegetali rare e preziose) potrebbero rendere il Congo uno dei paesi più ricchi del continente. La corrente del fiume Congo che attraversa il paese è così potente che quando si getta nell’Atlantico garantisce un flusso di acqua dolce ancora evidente a 160 km dalla costa, come già raccontavano i marinai portoghesi nel XVI secolo.

Anche nell’area del Kivu la vita pare molto animata: sul lago omonimo ci si ingegna con piccole attività turistiche e hanno grande successo le imbarcazioni che attraversano il lago in circa 12 ore, perché offrono discoteche a bordo. Il

trasporto persone via acqua, d’altra parte, cresce florido, a causa della pericolosità delle vie di terra, infestate da ribelli armati.

Proprio la zona del Kivu, ricchissima di pascoli e di acqua, è tra le più devastate e insanguinate. Bukavu e Goma, le due città più grandi, sono cadute in mani diverse negli ultimi 20 anni: l’ultima offensiva devastante risale al 2012, ad opera del gurppo Tutsi M23 (sigla non molto significativa nel mare infinito delle milizie e dei gruppi armati), sostenuto dal Rwanda, che ha marciato contro la città di Goma indifesa. L’esercito congolese li ha cacciati, ma da allora non si è mai raggiunto uno stato di pace.

Non va dimenticato che questi gruppi armati si sostengono con estorsioni e contrabbando.

Gli oppositori di Kabila ritengono che queste attività criminali non sino realmente combattute dal governo, per poter mantenere uno stato di caos continuo nel paese e giustificare così la continua posticipazione delle elezioni. Altri sostengono che siano gli interessi occidentali a non volere la pace, per garantirsi l’accesso alle ricchezze minearie del paese a basso prezzo.

L’unico dato certo è che il potere di Kabila sta progressivamente diminuendo, così come la sua capacità di controllare buona parte del paese, in particolare l’est (la zona del Kivu e di Bukavu) dove il suo potere è sempre stato condizionato dagli accordi con il leader rwandese Kagame e con le milizie locali che tengono sotto scacco i governo: loro non rovesciano Kabila e lui li lascia depredare il Kivu.

Perché il mondo occidentale dovrebbe interessarsi del Congo? Dallo sfruttamento belga di Leopoldo II, alle intrusioni americane che pagavano il dittatore Mobutu per garantire le sue posizioni antisovietiche, fino alla devastante stagione della famiglia Kabila, il Congo è stato solo una terra di conquista.

Invece, l’Occidente dovrebbe interessarsene. Prima di tutto perché la  Repubblica Democratica del Congo è abitata da esseri umani che non possono meritare queste condizioni di vita; in secondo luogo perché quando il Congo brucia, le sue fiamme rapidamente si diffondono per tutta l’Africa centrale, dall’Angola al Sudan, dal Rwanda al Burundi alla Repubblica Centrafricana. Questi paesi nel corso degli anni hanno ospitato milioni di rifugiati congolesi, mettendo seriamente a repentaglio la propria fragilissima situazione politica.

Un Congo pacificato e ben governato sarebbe il più forte motore economico dell’Africa Centrale, garantirebbe pace intorno a sé e occasioni di investimento economico per la propria popolazione potenzialmente altissime.

EDV

16 febbraio 2018

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