La crisi politica in Congo

Tutto il mondo è paese, potremmo dire, se volessimo guardare con occhio tipicamente italiano quanto è successo nella sede del parlamento di Kinshasa alcuni giorni fa.

Scene di scontri in aula, di arredi distrutti e di parlamentari che sono arrivati alle mani, sembrano tristemente riunire sotto la bandiera dell’indegnità compagini parlamentari molto lontane fra loro.

In realtà, i tafferugli congolesi hanno radici più profonde e meno… teatrali. Essi sono la dimostrazione che il presidente in carica Félix Tshisekedi è ben lontano dal controllare i deputati, che, nonostante i risultati elettorali, sono in buon numero ancora politicamente vicinissimi al predecessore, il potentissimo Joseph Kabila, che ha i suoi uomini nelle stanze strategiche del potere.

La situazione è così critica che Tshisekedi è addirittura disposto a nuove elezioni, se non riuscirà a portare a termine il suo piano di riforme.

In ogni caso, si profila la formazione di una nuova maggioranza, sebbene la compagine di maggioranza difficilmente potrà cambiare.

A nulla per ora sembrano aver portato gli appelli della Unione Africana, perché le parti politiche lavorino per trovare un’intesa.

Anche le nazioni Unite, per bocca del loro portavoce in Congo Leila Zerrougui hanno espresso molta preoccupazione: una crisi politica nel pese avrebbe ripercussioni economiche (e umanitarie) molto serie.

In particolare un ritorno in auge del partito di Kabila aprirebbe le porte alle truppe mercenarie rwandesi che sono sempre state le più strenue sostenitrici del potere semi dittatoriale del vecchio presidente, garantendogli un controllo pressoché totale sul paese nei passati 18 anni.

 

EDV

8 dicembre 2020

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