Il coronavirus in Congo: un nuovo aumento di casi

Dai primi di dicembre il coronavirus sta tornando molto pericoloso anche in Congo.

Dallo scorso venerdì è stati imposto il coprifuoco dalle 21.00 alle 5.00 e sono state prese misure di contenimento, nello spirito molto simili a quelle europee.

Oltre all’obbligo di indossare le mascherine, sono stati vietiati gli assembramenti per cerimonie religiose e i raduni privati con più di 10 persone.

Dall’inizio di dicembre ci sono stati circa 100 nuovi casi al giorno a Kinshasa, epicentro del virus, con punte di più di 300 positivi testati in un giorno verso la metà del mese.

Questa seconda ondata (la prima ha fatto circa 360 morti e 15 mila contagi) spaventa molto la popolazione e il governo e impone, anche qui come nel resto del mondo, una gestione efficiente delle operazioni vaccinali.

Il Congo, d’altra parte, durante l’eidemia di ebola, ha affrontato da non molto una crisi sanitaria molto più grave e le autorità sanitarie riuscirono in quell’occasione a distribuire i vaccini alla popolazione. Quell’esperienza, considerate le condizioni climatiche del paese, la carenza o mancanza di vie di comunicazioni sicure e di infrastrutture ospedaliere affidabili potrebbe trasfiormarsi in un uno stress test di fondamentale importanza, non solo per il Congo, in vista della nuova campagna vaccinale anti Covid.

Tutto ciò accade mentre sullo sfondo continuano le lotte politiche tra il presidente in carica Felix Tshisekedi e Kabila, il vecchio leader tutt’altro che uscito di scena. Per refforzare il suo potere, Tshisekedi ha deciso di formare un nuovo gabinetto di governo, senza ministri fedeli a Kabila e annunciando la rimozione di Albert Yuma, fedelissimo di Kabila, dal ruolo di speaker della Camera.

Questa manovra ha scatenato le opposizioni e aperto una nuova crisi governativa.

 

EDV

26 dicembre 2020

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